La Dea Fortuna, riflessioni sul tempo dopo aver visto il fil di Ozpetek

“La Dea Fortuna è un segreto, un tocco magico. Come fai a tenere sempre con te qualcuno a cui vuoi molto bene? Devi guardarlo fisso, rubi la sua immagine, chiudi di scatto gli occhi, li tieni ben chiusi e lui ti scende fino al cuore e da quel momento quella persona sarà sempre con te! “

Uscita ieri dal cinema dopo aver visto l’ultimo film di Ferzan Ozpetek “La Dea Fortuna”, davvero molto bello, mi sono fermata a riflettere sulla parola più recitata, più amata, più invocata, più rincorsa in tutto il film: PER SEMPRE. I personaggi che si odiano e si amano, che si tradiscono, che si lasciano e si ritrovano hanno tutti un filo conduttore comune: la ricerca di un PER SEMPRE che assolva tutti alla fine, come un Cristo Redentore. La brama comune sembra essere questa: essere certi che niente termini e che i sentimenti, soprattutto, rimangano immutati appunto per sempre.


Ora una domanda: la qualità di una emozione è per forza legata al suo durare nel tempo? La felicità poi , estendendo la domanda, che cosa ha a che fare con il tempo?
E se la vita è mutamento, aspettarsi che qualcosa duri PER SEMPRE, non sembra essere un pò ingenuo secondo voi?
E non potrebbe essere che il nostro vero “per sempre” sia nel compiere ogni giorno un piccolo gesto di immortalità?
Buon Anno, per sempre.

Recensione del film “AD ASTRA”, con Brad Pitt, del nostro amico Roberto

Torna con l’autunno la stagione del “cinematografo”, come si chiamava una volta, ai tempi per intenderci di Nuovo Cinema Paradiso, ricordate? Abbiamo un esperto fra i nostri amici, attento osservatore e analista d’anima. Il cinema è la sua grande passione e regolarmente ci invia i suoi pensieri sui film in uscita nelle sale italiane, con modestia, entusiasmo e spessore intellettivo.

Se anche voi amare il cinema seguite questa rubrica che regolarmente verrà postata sulla nostra pagina. Il cinema mette le ali, ai sogni, ai ricordi, alle speranze e tenere per mano qualcuno, nel buio di una sala, è sempre qualcosa che può scaldarci il cuore. Buona visione!


“In Ad Astra, film obliquamente accolto a Venezia, Brad Pitt diventa astronauta a tutto spettro e vola (per Aspera) fino a Nettuno, per salvare il mondo e ritrovare il padre, vecchio pioniere dello spazio, che ha reciso il cordone ombelicale con l’umanità.Fantascienza pura, tra Freud, Kubrick, Conrad e il mito sempiterno dell’eroe omerico, che mai si ferma e sempre ricerca nuove frontiere.
E sono due ore avvincenti, tra cieli siderali e il ciuffo di Brad, che lascia sempre il segno e, quando non seduce una donna, magari riesce a far innamorare le stelle.”

“Vivere” al Cinema | Riflessioni dopo aver visto l’ultimo film di Francesca Archibugi

Il cinema è lo specchio della vita che ci scorre  ogni giorno sotto gli occhi? Nel film “Vivere” di F.Archibugi, nelle sale in questo periodo,  si tratteggiano persone fragili, intrappolate in vite non felici, piene di segreti  e inganni. L’Archibugi, che ne è la regista, si addentra nei vicoli dei tradimenti, di un infanzia spettatrice e strattonata e spesso quasi invisibile, in occhi ingenui e generosi che invertono  ruoli con figli adolescenti che diventano padri di padri inconsistenti e un Dio che perdona ma non capisce niente di una  passione peccatrice  e fragile. Non annoia certamente perchè è ben diretto e recitato però….a noi lascia un  senso di corruzione imperdonabile dentro. Una fragilità assoluta di tutti ed è  come se il terreno su cui  si muovono i personaggi  sia fragile, insicuro e pieno di inganni,  disseminato di  botole nascoste e ordigni  inesplosi  e soprattutto profondamente triste. Nel film nessuno è felice. Nessuno conduce una vita piena e appagante. Nessuno trova in alcun sostegno vero e alcuna pace. Questo è il mondo descritto dalla brava regista nel film VIVERE che, ci spiace dirlo, non dà veramente nessuna speranza e gioca allo specchio del “mamma mia che gente disgraziata…” Con la speranza che per la regista sia stato solo un bell’esercizio di stile e non della sua visione sul mondo, ci auguriamo che prima o poi diriga un film sull’amore vero, che costruisce e non distrugge e per il quale crediamo valga davvero la pena di vivere!

Andate a vederlo e diteci se siete d’accordo con noi! 

CINEMA MON AMOUR

 villeggianti di Valeria Bruni Tedeschi.
Genere? Voto: n.c.

Il cinema è davvero come la vita. Ora ci regala belle sorprese, ora ci propina momenti imbarazzanti.
Proprio ciò che accade con I Villeggianti di V.B. Tedeschi, in cui si narrano le sfortunate vicende sentimentali di una donna regista, ambientate in una villa provenzale durante le vacanze estive. Ad esse si aggiungono in maniera sconclusionata quelle degli altri personaggi, dai padroni di casa al personale di servizio, secondo le rigide suddivisioni imposte dalle categorie sociali.
Il momento purtroppo dura ben 125 minuti, di pura noia, magma narrativo, urletti e crisi isteriche, fino ai liberatori titoli di coda.
Attori di buon nome (Golino, Scamarcio) che recitano svogliati è poco convinti.
​Da evitare. 

Roberto Izitrap

CINEMA MON AMOUR

Domani è un altro giorno.
Regia di Simone Spada. Commedia.
Voto 9.

Domani è un altro giorno è la seconda prova di regia del promettentissimo regista romano Simone Spada, dopo il brillante e delicato Hotel Gagarin del 2018.
E’ un “cancer movie”, genere ahinoi molto diffuso ultimamente, quasi a volerci ricordare che siamo come d’autunno sugli alberi le foglie…
Ed è al tempo stesso il remake di un fortunato film spagnolo di qualche anno fa “Truman, un amico è per sempre.”
Due amici (Giallini e Mastandrea) si ritrovano per qualche giorno, a Roma. Il primo è malato di cancro e ha deciso, con gesto disperato, di sospendere le terapie, l’altro torna appositamente dal Canada, dove vive e lavora, per cercare di convincerlo e pas-sare un po’ di tempo con lui.
E c’è anche da occuparsi di Pato, un cane meraviglioso, che ha il nome del fratello di Falcao…, fedele compagno dell’uomo malato, e del suo futuro, quando il suo pa-drone se ne andrà.
La storia ha una mostruosa intensità emotiva ed è trascinata dalla superba prova atto-riale dei due, che recitano con una tale naturalezza e spontaneità da rendere impossi-bile l’identificazione straziante tra finzione e realtà.
Ci si commuove tanto, si sorride nonostante tutto, perché sullo schermo, come nella vita, riso e pianto vanno sottobraccio e si fanno le smorfie e l’occhiolino, amicizia e sentimenti alzano il loro terrapieno contro l’insensatezza della nostra umana condizione.
L’esito è scontato, ma inconsapevolmente lo spettatore fa il tifo dentro di sé, perché non arrivi la pioggia battente, l’oscurità che porta i brividi, mentre Roma regala l’immagine di un autunno elegiaco e ammiccante, che vale come inno alla vita, che passa, ma lascia dietro di sé un filo che neppure il destino potrà rompere.
Mentre passano i titoli di coda, la voce di Noemi canta “Domani è un altro giorno”, successo di Ornella Vanoni.
“E’uno di quei giorni che non hai vissuto mai, beato te, si, beato te, “e non c’è niente di più triste in giornate come queste che ricordare la felicità…”. Un film per tutti, perché tutti sappiamo e vogliamo ridere, siamo rassegnati a piangere, viviamo pensando e al tempo stesso respingendo i pensieri, e strada facendo impariamo ad accogliere il destino con dolce serenità e con gli occhi socchiusi.

Roberto Izirtap

CINEMA MON AMOUR

COPIA ORIGINALE di Marielle Heller.
Drammatico. Voto 8.


Film biopic, la vera storia della scrittrice Lee Israel, che, per affrontare la povertà, decise di contraffare lettere di persone celebri, già decedute.
Ambientata a New York all’inizio degli anni 90, la pellicola ci racconta le miserabili vicende di questa donna, che ha visto il suo talento rovinato dall’alcol e dal pessimo carattere.
Licenziata per questi motivi, per sbaraccare il lunario, si inventa lo stratagemma di comporre finte lettere di grandi autori scomparsi, affiancata dal suo amico Jack Hock, uno spirito libero alquanto balordo e sessuomane.
Tutto questo finché l’FBI non li mette nel suo mirino.
Copia originale fa spesso sorridere chi sta in sala, ma, più che una commedia, si staglia come il racconto, complicato e irto di anfratti, della vita di una donna alla ricerca di una serena identità sociale, mentre il mondo attorno a lei cambia, gira e ruota; e lei decide di fingersi qualcuno di diverso, ma al tempo stesso molto simile, sia per agilità di ingegno che per durezza di maniere.
Poi la storia si dipana, alternando momenti fluidi e leggeri ad altri più tristi e drammatici, senza mai perdere l’equilibrio narrativo e la precisione descrittiva dei caratteri dei protagonisti.
Al tutto si aggiunge la bellissima prova di Melissa McCarthy e Richard E.Grant.
 Non  saliranno sul palco per ritirare un Oscar, perché in campo ci sono le Panzer Divisionen delle grandi produzioni hollywoodiane, ma questi due attori un bel segno nel cuore dello spettatore lo lasciano.
Eccome!
Per chi adora un cinema di nicchia, le piccole sale di periferia, gli odori di un tempo, e, senza vergognarsene, “whiskey and cigarettes”, il jazz, i gatti, e crede che “la vita è una cosa sordida e poi stramaledettamente bella”. E può ripartire proprio mentre si rotola nel fango.

Roberto Izirtap

CINEMA MON AMOUR

IL CORRIERE (THE MULE) di Clint Eastwood.
​ Drammatico. Voto 10.
 di Roberto Izirtap

Sono passati tanti anni e il vecchio, adorabile Clint non sembra più neanche lui credere al fascino malinconico dell’età. Anche perché il bilancio della vita quasi mai è di quelli immacolati.
Non lo è di certo per il personaggio di questo film, Earl Stone, veterano della Corea, che si è rifatto una vita coltivando emerocallidi (fiori ornamentali che durano un solo giorno, sbocciano la mattina e muoiono la sera, ma quanta tenerezza già solo in questa cosa…), il cui commercio è stato messo in crisi dalle vendite on line.
E allora, per far fronte a debiti e impegni famigliari, Earl diventa un corriere della droga per il cartello messicano; il film racconta i suoi viaggi, l’incontro con il boss del cartello (un grande Andy Garcia), gli scontri con le donne di famiglia, ed anche la caccia che un puntiglioso poliziotto (Brad-ley Cooper) sta dando a chi rifornisce di droga la città di Chicago.
Con un finale così intenso e struggente da fermare il sangue mentre scorre.
E soprattutto racconta la storia di un antieroe che sfida la vecchiaia, tuffandosi ancora nelle acque paludose della vita, remando controcorrente, sommando ruga su ruga, smorfia su smorfia, disillusione su disillusione.
Lo spettatore che sappia guardare dentro di sé vi rivedrà l’intero caleidoscopio del cinema eastwoo-diano, interpretato e diretto da quell’antico profilo segaligno, che ci accompagna dalla metà degli anni 60: Clint pistolero laconico col sigaro in bocca, Clint texano dagli occhi di ghiaccio, Clint nel dramma di Mystic River, Clint poliziotto spietato con licenza di menare le mani, Clint che dedica un film di due ore al cecchino americano in Iraq, Clint che scrive Lettere da Iwo Jima, Clint che aspetta la donna che mai verrà in mezzo all’elegia di Madison County, Clint che odia i musi gialli e poi scopre che sono gli unici a volerlo, Clint spietato e crepuscolare ne Gli Spietati, Clint che è tutto quello che siamo stati, anche senza volerlo o saperlo, Clint che ci fa un po’ di luce in mezzo al buio della sala e anche dei nostri cuori.
E poi, mentre scorrono i titoli di coda, si alza, turbato e commosso e se ne va.
Qualche lacrima resta sulla poltrona, perché non si lascia mai un film di Clint, rimanendo uguali a come si è entrati.

CINEMA MON AMOUR

Seconda prova per il regista franco-belga Guillaume Senez.
Film di denuncia sociale, che riesce a non sconfinare mai nel melò familiare, grazie alla straordinaria tenuta di chi lo dirige e alla raffinata bravura di chi lo interpreta.
I personaggi vivono sullo schermo, senza mai scivolare nelle convenzioni di genere.
Il suo Olivier, un eccezionale Romain Duris, ce lo dimostra. Capo reparto in un’azienda di spedizioni postali, scopre un bel giorno che la moglie se ne è andata, senza nessuna spiegazione.
Si danna cuore e anima per capire il perché, continuando a far fronte alle necessità familiari (due figli piccoli in età scolare) e alle urgenze del lavoro (dove non mancano i problemi).
Il regista non cade nella trappola di trasformare il suo film in una specie di dramma eterno dell’abbandono, usa la macchina da presa per ricordare le complicazioni della vita quotidiana di chi si trova all’improvviso di fronte ad ostacoli inattesi,
 confeziona con delicatezza un saggio di come il cinema può raccontare la vita vera senza paludamenti e abbellimenti, ma con la sola forza delle emozioni.
Per chi ama contemplare il mondo reale, stando seduto due ore su una poltrona, pronto a ritrovarlo all’uscita, con più fiducia e convinzione.

                                         Roberto Izirtap 

Cinema mon amour

Green Book, di Peter Farrelly, con Viggo Mortensen e Mahershala Alì.
Genere: Azione.
Voto 9
Peter Farrelly si separa momentaneamente dal fratello Bobby, con cui ha confezionato i titoli migliori del cinema demenziale americano (Tutti pazzi per Mery, Scemo&più scemo…) e  regala al suo pubblico un road movie inaspettato, antirazzista, dove i due protagonisti, un bianco e un nero praticamente agli antipodi, non promulgano l’idea della scorrettezza, ma cercano anzi di reagirvi e di porvi rimedio.
Il mondo che attraversano, gli stati del sud dell’America, all’inizio degli anni sessanta, è più scorretto e demenziale di quanto potrebbero immaginare.
Si confrontano sullo schermo un italo-americano rozzo e per nulla liberal (Viggo Mortensen, ingrassato e involgarito) e un dandy raffinato e di pelle nera, musicista jazz, omosessuale (Mahamershala Alì, sul registro opposto, snob e disincantato).
Il primo, al momento disoccupato, accetta di fare l’autista e il guardaspalle del secondo durante una tournée, durante la quale gli applausi si mescolano al disprezzo per il colore della sua pelle.
Il film è il racconto di una graduale, ma inarrestabile transizione verso la tolleranza e la comprensione, senza schematismi, spontaneamente, mentre si siedono sullo stesso piano gusti culinari, simpatie mafiose, raffinatezze musicali e debolezze sessuali.
E alla fine si compone un correttissimo “elogio dell’amicizia”, che abbatte i muri delle razze e delle classi.
“Quasi amici 2.0”, che diventa amici per la pelle (senza colore).
Ci si diverte assai.
​A carico del pregiudizio e della stupidità. 
                                 
                                                Roberto Izirtap

Cinema mon amour

Ieri il nostro critico Roberto Izitrap alle ore 18 ha attraversato la città a piedi per recarsi solo soletto al Movieland Goldoni. Ringraziamolo ma non proponiamogli compagnia.
​Si deconcentrerebbe, dice!

La favorita.
Genere storico.
Regista Yorgos Lanthimos.
​Voto 7,5.

Il regista greco Lanthimos questa volta non si dimostra quell’autore criptico e compiaciuto della sua obliquità che il pubblico aveva conosciuto nelle opere precedenti. Si misura con una sceneggiatura scritta da altri, e firma il suo lavoro più equilibrato e convincente, giocando sullo scavo psicologico di due donne, che si contendono i favori della regina d’Inghilterra Anna Stuart. (il film è ambientato stupendamente e riccamente nei primi anni del 700). La sovrana, che Jonathan Swift fece oggetto della sua satira pungente, è descritta come un goffo fantoccio del potere, nelle mani delle due ambiziosissime donne, che, pur essendo cugine, si odiano e si ingegnano ognuna per escludere l’altra dai favori della regina. Intrighi di corte che si sovrappongono a quelli delle vite personali, sessualità cruda e scandalosa (per quel tempo), ironia sottile e beffarda, colori morbidi e sfumati, bellissime scene di vita di campagna inglese, cieli plumbei, gara delle oche a corte, cuccioli di conigli in libertà nella camera da letto della regina. Il tutto giostrato e calcolato con perfezione quasi algebrica per tutti i 120 minuti del film. Il film si regge in bilico sulla prova magistrale delle tre attrici: Olivia Colman nei panni della regina (premio a Venezia e profumo di Oscar), Rachel Weisz (bellissima quanto perfida), ed Emma Stone (occhi cerulei e animo diabolico). Consigliatissimo a chi ama le grandi prove di interpretazione. Per gli altri ci sono titoli più abbordabili…